Commemorazione di San Romolo

Sanremo, 13 novembre 2011

 

Compagni e compagne, cittadini e cittadine,

è la prima volta che parlo in pubblico leggendo un discorso da me scritto precedentemente all’orazione ma ritengo che, vista l’importanza di questa commemorazione e considerando il momento storico che stiamo attraversando, non si debba concedere nulla all’improvvisazione. La mia conoscenza diretta di quanto avvenuto a San Romolo 67 anni fa, oltre che dalle letture di libri, è figlia dei ricordi di Pietro Dino Borro, dipendente della funivia sopravvissuto a quell’eccidio perché, quando c’è stata la strage, si trovava alla stazione di Sanremo (da poco bombardata) per recuperare materiali ancora utilizzabili e portarli alla stazione del campo golf.

La mattina del 14 novembre i tedeschi arrivarono alla stazione della funivia di San Romolo e fecero prigionieri due macchinisti, Carlo Luison e Antonio Negro, e i conduttori Luigi Maitonio e Mario Bombardieri. Quest’ultimo, invalido di guerra, viveva con la famiglia nella stazione di San Romolo. I prigionieri vennero portati nel carcere di Santa Tecla a Sanremo e in seguito furono passati alle armi. Oltre a loro vennero uccisi anche due ostaggi politici, Pietro Bonfante e Giobatta Semeria. Borro, non fu il solo a scampare al massacro. Un dipendete, Antonio Pillosio e il direttore della funivia, l’ingegner Tullio Groff, si salvarono entrambi trovando rifugio nel pozzo dove si trovano i contrappesi della funivia.

Il 15 novembre trovarono la morte sul prato di San Romolo i partigiani Aldo Baggioli (Cichito), Giobatta Giordano (Gìn) e Giobatta Piombo (Piemonte). Furono fatti prigionieri (e giustiziati in seguito) altri due resistenti: Giobatta Buschiazzo (Verdi) e Aldo Pettenati (Ciccio). Non bisogna dimenticare come San Romolo fu teatro di almeno altri due tragici eventi riconducibili alla Seconda Guerra Mondiale: il primo nel luglio del 1944 quando trovò la morte il partigiano Giobatta Zunino (Mazzini), il secondo durante la ritirata dei tedeschi quando i nazisti fecero saltare il “giro degli scogli rossi” e tutte le strade adiacenti a San Romolo, provocando un’esplosione talmente forte che fece saltare i cavi della funivia.

Tornando alla rappresaglia compiuta a metà novembre del ’44, essa fu portata a termine grazie alla collaborazione del capitano Ravina, il quale, profondo conoscitore della zona di Borello, Bevino e San Giacomo, diede ai tedeschi un contributo fondamentale per la buona riuscita di quel rastrellamento. Dico questo perché non bisogna sminuire il ruolo che ebbero i fascisti italiani nel compimento di determinate azioni commesse dai nazisti tedeschi. Troppe volte questo ruolo è passato in secondo piano grazie anche al contributo fornito del falso mito degli “italiani brava gente”. L’Italia, contrariamente a quanto fatto dalla Germania nei confronti del nazismo, non ha fatto i conti con il fascismo. Da noi non c’è stato nessun Processo di Norimberga. L’Italia, nel dopoguerra, non ha consegnato nemmeno uno dei 720 criminali di guerra richiesti, tra gli altri, da paesi come Albania, Grecia e Jugoslavia. Ricordiamoci, inoltre, come i vari Badoglio e Graziani, durante “l’italica avventura coloniale” in Libia, abbiano fornito un contributo determinante all’uccisione di un libico su otto. Il falso mito degli “italiani brava gente”, alimentato anche da una certa “retorica resistenziale”, per poter fare i conti con la nostra storia, va definitivamente sfatato. La motivazione principale che ha impedito all’Italia di regolare i conti con il fascismo è stata la logica dei “blocchi contrapposti”, figlia della Guerra fredda. Terminata la Seconda Guerra Mondiale, infatti, gli alleati di ieri (Francia, Inghilterra, USA e URSS) contro nemici comuni (Germania, Giappone e Italia), non erano più tali e le potenze occidentali vincitrici del conflitto divennero nemiche dell’Unione Sovietica, in una guerra non combattuta sul campo. Alcuni degli avversari di ieri dell’Occidente, organici al nazismo e al fascismo, divennero preziosi alleati. Con tutte le conseguenze che ne conseguirono. A riguardo cito due casi nei quali, in maniera diversa, è stato coinvolto il nostro Paese: l’“armadio della vergogna” (ossia i documenti rinvenuti nel 1994 a Roma in un armadio di uno sgabuzzino della procura militare comprendenti 695 dossier e 2.274 notizie di reato relative a crimini di guerra commessi dai nazifascisti sul territorio italiano) e O.D.E.S.S.A (l’organizzazione allestita per preparare la fuga in Sud America dei criminali di guerra alla quale la curia di Genova, tra il 1949 e il 1951, diede un contributo fondamentale falsificando i documenti e pianificando l’espatrio da porto del capoluogo ligure di alcuni gerarchi nazisti).

Ma una commemorazione, per avere un senso, oltre che trattare argomenti relativi al nostro passato, deve necessariamente fare i conti con il nostro presente. Il modo migliore per onorare i partigiani che stiamo ricordando è quello di contestualizzare i princìpi per i quali hanno combattuto. L’attualizzazione di certi ideali e di certi valori non può prescindere da una guerra alla retorica (anche resistenziale) e dalla richiesta di una decisa sollevazione, all’interno della società italiana, di una nuova “questione morale”.

La retorica va combattuta con ogni mezzo poiché non ci consente di analizzare, di approfondire. Produce, quella che Marx chiamava, una “falsa coscienza”. Questo anche nelle occasioni in cui si dovrebbero commemorare i morti nei campi di concentramento. Moni Ovadia, nel suo libro Il popolo dell’esilio ha scritto: «Lo stesso Giorno della Memoria sta diventando il giorno della falsa coscienza. Oggi si può andare a respirare l’aria tragica di Auschwitz e poi senza vergogna dichiarare alle Tv: “Io mi sento israeliano”. Ma nei lager nazisti furono sterminati ebrei, rom, sinti, antifascisti, omosessuali, testimoni di Geova, menomati, poveracci, prostitute eccetera. Perché uno può impunemente sostenere di fare il viaggio della memoria ad Auschwitz e far finta che i rom e i sinti non siano stati massacrati? Io come ebreo mi sento truffato, raggirato… E mi dico: ma come, questi farabutti usano le ceneri della mia gente per strumentalizzare e per farsi una verginità politica? È una cosa raccapricciante…».

Torniamo, però, a quei giovani che, a poca distanza da qui, trovarono la morte. “Uomini del secolo scorso” (tanto per parafrasare il titolo della splendida autobiografia di Rossana Rossanda) protagonisti attivi di quello che Eric Hobsbawn ha definito il “Secolo breve”. I partigiani da me conosciuti, nel ricordarli, mi hanno detto che i loro compagni di lotta caduti a San Romolo nella metà di novembre del 1944 erano ragazzi valorosi, dotati di una limpida rettitudine morale. Qualità, quest’ultima della quale, mai come in questo periodo della storia d’Italia, c’è bisogno. Mai come in questo momento la politica del nostro Paese è stata lontana dai valori della Resistenza. Ce ne accorgiamo anche nel lessico e nella superficialità dei contenuti. «Dicono che c’è la crisi ma i ristoranti sono pieni», un classico dell’uomo della strada recentemente pronunciato dall’ormai ex capo del governo al G20. Probabilmente alcuni italiani, nel sentire queste parole, si sono sentiti soddisfatti. «Che bello – avranno pensato –, finalmente un coglione come me è al potere. Questa sì che è vera democrazia!». Parecchi, soprattutto tra coloro che quotidianamente devono fare i conti con una dura realtà molto differente da quella rappresentata da Berlusconi al G20, la penseranno in maniera diversa. Io mi vanto di essere tra quelli. Io non voglio essere governato da un “coglione come me” e men che meno da “un coglione peggiore di me”. Io voglio essere governato da chi è migliore di me. Non è questa l’Italia che volevano costruire coloro che sono morti combattendo il nazifascismo.

Ricordo l’inadeguatezza che provavo nel rapportarmi con una persona come il comandante Vittò. Lui uomo della montagna con un’istruzione di livello elementare, oltre ad essere dotato di una grande intelligenza pratica, aveva la capacità di farmi sentire infinitamente inferiore a lui sul piano della statura morale. Sentimento che non riesco assolutamente a provare nei confronti della quasi totalità dei membri appartenenti all’attuale classe politica. La stragrande maggioranza dei suoi rappresentanti sono sicuramente più istruiti di Vittò, ma non hanno nemmeno una briciola della sua statura morale. In confronto a loro mi sento un gigante. Ciò, al limite, potrebbe appagare il mio ego, ma non potrà mai coincidere con il miglioramento della società in cui viviamo. Mai come in questo momento c’è bisogno di uno scatto di dignità per dire basta agli scempi perpetrati nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica.

La fine di un’epoca, generalmente, ha sempre un incedere drammatico. A volte persino tragico. Se accostiamo Macbeth e re Lear a Hitler e Mussolini, ci accorgiamo come la realtà, nel sopraggiungere del crepuscolo di un determinato periodo storico, sembri ricalcare la somma letteratura. Nell’Italia di oggi, viste le vicende da basso impero che hanno investito Berlusconi e alcuni dei suoi più fedeli comprimari, alla cupezza del dramma si accosta la sconcia comicità della farsa. Attenzione, però. Come accadeva nella tragedia greca, la storia sta procedendo di pari passo con il terrore. Tanto più il clima diventava farsesco e tanti più buffoni calcavano la scena. La presenza di tali pagliacci, però, non serviva a rallegrare coloro che assistevano alla tragedia, ma ad insinuare il sospetto che, tra le mura della polis, stesse per abbattersi una catastrofe…

Il 28 luglio del 1981, con una celebre intervista a la Repubblica, l’allora segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, sollevò la “questione morale”. «La questione morale – dichiarò Berlunguer a Eugenio Scalfari – non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro». A trent’anni di distanza cos’è cambiato? Qualcosa è cambiato ma è cambiato in peggio. Mentre trent’anni fa la corruzione andava a vantaggio dei partiti e delle loro correnti, oggi porta benefici ai singoli individui. Siamo di fronte a una personalizzazione della corruzione. Il malaffare di allora serviva per procacciare consensi ai partiti, quello di oggi per procurare benefici personali a tutti coloro che sono pronti ad innalzare la bandiera del re. Ricordiamo le parole della Minetti quando, in attesa di una candidatura alla Camera dei Deputati (poi diventata un inserimento nel “listino” di Formigoni per le elezioni regionali), disse: «Potrei rendere gli stessi servizi a Lui e pagherebbe lo Stato». È la privatizzazione dei benefici e la pubblicizzazione della corruzione. Non contano le istituzioni, la res publica, ma un uomo solo al comando che sceglie e coopta. Purtroppo anche tra le forze politiche che si fanno carico di tramandare i valori della Resistenza e si mobilitano per il 25 aprile o per manifestazioni come questa, si è insediato il germe del leaderismo. L’idea che ci voglia un capo, sicuramente con una statura morale superiore a quella di Berlusconi (ci vuole poco), che debba dirci cosa dobbiamo fare e cosa dobbiamo pensare. Da questo punto di vista, vedo in Matteo Renzi un “clone del Cavaliere”…

Tornando alla “questione morale” sollevata da Berlinguer trent’anni fa, il segretario del Pci riteneva che si potesse trovare una soluzione a questo problema attraverso il ritiro dei partiti dalle istituzioni per farli ritornare alla loro funzione costituzionale indicata come centri di aggregazione del consenso popolare. Il segretario del Pci pensava che questa dovesse essere la vocazione di tutti i partiti, compreso il suo ma, soprattutto negli ultimi 18 anni, la sinistra ha abbandonato questa vocazione per inseguire Berlusconi su terreni a lui sicuramente più congeniali. Una scelta che l’ha scollegata dalla base e dalla classi che avrebbe dovuto rappresentare. Una scelta che ha portato, in alcuni casi, il suo elettorato a cedere alle sirene dell’antipolitica, la quale, oltre ad aver contribuito a creare consenso attorno alla figura Berlusconi, il più delle volte (a destra come a sinistra), ha prodotto forme di tirannia. Questo accadde anche agli albori del fascismo, contro il quale i partigiani da noi ricordati oggi combatterono.

Baggioli, Giordano, Piombo, Buschiazzo, Pettenati e Zunino, sempre stando a quello che mi hanno riferito i loro compagni di lotta che ho conosciuto, erano persone che volevano essere padrone del loro destino, senza subire passivamente gli eventi. Ragazzi che hanno preferito una pericolosa libertà a una tranquilla schiavitù. Questi partigiani sottostavano a un leader soltanto in nome di un fine più grande e non della semplice costruzione di consenso o per ottenere vantaggi personali. Il loro sacrificio è stato figlio di un’idea: dell’idea di costruire un mondo migliore. Un’idea che la sinistra di oggi ha definitivamente abbandonato. Essa, infatti, non sempre ha saputo conservare i propri valori originari – in particolare il principio di giustizia nei confronti dei ceti più deboli – senza i quali perde la propria ragione d’essere. Non è stata in grado di far prevalere la politica rispetto ad altri poteri come quello di un’economia basta sulla finanza e non sulla reale produzione industriale. Il tutto senza tener conto del fatto che l’economia finanziaria pretende di essere libera da qualsiasi vincolo collettivo. Da quando la sinistra si è abbandonata alle “meraviglie del libero mercato”, quest’ultimo, ha iniziato la sua parabola discendente. È chiaro che, in questa fase di crisi, i partiti presenti in parlamento debbano cercare di evitare il tracollo economico del nostro Paese ma ciò non deve impedire a queste stesse forze politiche di esprimere un giudizio critico nei confronti di questo modello di sviluppo il quale, oltre a creare gravi diseguaglianze, sta prosciugando il pianeta delle proprie risorse. E poi, diciamolo una volta per tutte: uno degli elementi costitutivi dell’attuale crisi economica è stato proprio lo spaventoso incremento delle diseguaglianze. All’origine della crisi che ha avuto negli Stati Uniti il suo epicentro c’è stato un enorme indebitamento provocato dalla necessità di evitare la contrazione della domanda associata alla stagnazione dei salari.

Noi oggi stiamo commemorando qualcuno che è morto per costruire un’Italia migliore. Anzi dico di più: un mondo migliore. Provate a pensare quanta differenza c’è tra chi ha sacrificato la vita per sconfiggere coloro che mandavano nei campi di concentramento ebrei, rom, sinti, antifascisti, omosessuali, testimoni di Geova, menomati, poveracci, prostitute, e chi, invece, è disposto a tutto, anche a contribuire allo sfascio di quello Stato nato dalla Resistenza, per i meri interessi personali, suoi e del suo padrone. Perché la malattia che ha colpito il nostro Paese è figlia della concezione del senso comune che ha prevalso in questi anni. Una cultura di disgregazione e individualismo, valori ai quali si è cercato di uniformare i nostri comportamenti, sia pubblici che privati, proponendo modelli sociali, presentati come la chiave del nostro futuro, in base ai quali è possibile ottenere successo senza avere nessuna qualità. Responsabilità culturali, prima ancora che politiche ed economiche.

Non usciremo facilmente da questa situazione. Anche perché, coloro che a questi modelli si sarebbero dovuti opporre in maniera risoluta, in molte occasioni hanno cercato di adeguarsi ad essi. Non mi riferisco soltanto al fatto di aver cercato di mantenere vivi certi valori con una retorica che ha contribuito a tenere i giovani lontani dalla Resistenza attraverso una sorta di incapacità di attualizzarne le ragioni (infatti, quel periodo della nostra storia viene percepito dai giovani lontano tanto quanto il Risorgimento), mi riferisco anche all’idea che, in politica, ha portato a privilegiare la tattica rispetto alla strategia. Di questo sono stati un fulgido esempio i “sindaci sceriffi” del centrosinistra, ossia coloro che si sono meritati l’epiteto di “leghisti di sinistra”. Alla base di tutto ciò c’era l’intima convinzione che fosse necessario assecondare gli umori del popolo contro rom e immigrati. Contro molte di quelle persone appartenenti ad etnie che il nazismo ha cercato di sterminare. Il “leghismo di sinistra” è stato uno di quei tanti errori che, per molto tempo, hanno impedito alla sinistra italiana di riconoscere i soggetti nascenti dell’opposizione al berlusconismo. In fin dei conti non era stato Massimo D’Alema colui che aveva definito la Lega Nord una “costola della sinistra”? Già proprio lui. Quello stesso Massimo D’Alema che, nel 1997, divenne presidente di quella commissione bicamerale che mirava a modificare la Costituzione nata dalla Resistenza assieme alla destra di Berlusconi. Tutti, seppur con diversi gradi di responsabilità, sono responsabili dell’attuale situazione politica italiana. Non si illudano gli oppositori del Cavaliere. La morte politica di Berlusconi non porterà alla morte del belusconismo, così come la sconfitta del fascismo non portò all’eliminazione della fascistizzazione presente nelle istituzioni e nei gangli dello stato. Quella che ci attende nei prossimi anni sarà una lunga attraversata nel destro da affrontare soprattutto su un piano culturale. Proprio per questo ci sarà bisogno di recuperare, senza retorica, certi ideali (comunisti, socialisti, democratici, liberali, repubblicani, azionisti) propri di quella mirabile sintesi che è la nostra Costituzione.

Durante la Lotta di Liberazione non tutti combatterono per le stesse ragioni. Molti combatterono per riscattare l’Italia dalla tragedia del fascismo e della guerra, altri per cercare di costruire un mondo più giusto, altri ancora per edificare la democrazia e altri per vendicare un sopruso subìto. Oggi c’è bisogno di riscatto. Oggi si impone la necessità di ridare una dignità al nostro Paese. Al di là di una crisi economica che sta investendo tutto l’Occidente, la situazione in cui Berlusconi ha trascinato l’Italia ha portato il nostro Paese ad avere una reputazione internazionale perfino peggiore a quella che aveva il regime di Benito Mussolini antecedente la promulgazione delle leggi razziali. Tanto discredito da parte di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, il fascismo lo ebbe soltanto verso il suo crepuscolo. Tale valutazione non depone sicuramente a favore di quelle democrazie occidentali che speravano di usare il fascismo in Italia e il nazismo in Europa per sconfiggere il comunismo in Unione Sovietica e stroncare le rivendicazioni operaie italiane nate durante il “biennio rosso”, ma la dice lunga sui danni provocati dal berlusconismo all’Italia in questi quasi 18 anni.

Ora più che mai, per recuperare la dignità perduta, c’è bisogno di cercare recuperare certi valori propri della Resistenza, ora più che mai si presenta la necessità di recuperare la “statura morale” di quegli uomini che oggi stiamo ricordando. Ma per fare ciò è necessario combattere, tanto a livello politico quanto nella conduzione della ricerca storica, quella retorica da sempre nemica della verità. «La verità vi renderà liberi», si legge nel Vangelo di Matteo. «La verità è rivoluzionaria», scriveva Antonio Gramsci.

Romano Lupi