Corrispondendo alle richieste di Confindustria, Enel e altre lobbies e 'gettando alle ortiche' l'esito democratico del referendum che nel 1987 aveva detto un chiarissimo no degli Italiani, il Governo della Destra annuncia alla Nazione la volontà di costruire centrali nucleari. Il Ministro Scajola se ne fa paladino e assicura che gli impianti cui si sta pensando sono assolutamente sicuri per la popolazione e l'ambiente. Dati alla mano, non mi pare proprio che le cose stiano così.

Primo: Non esiste, oggi, da nessuna parte nel mondo, un nucleare 'pulito' e 'sicuro'. Dopo 50 anni dalle prime applicazioni, malgrado l'evoluzione delle tecnologie degli impianti, permangono i rischi connessi alla possibilità di incidenti ed allo stoccaggio delle scorie radioattive per centinaia di migliaia di anni. Non esiste, oggi, un modo per produrre energia nucleare senza questi rischi: la speranza della fusione nucleare, che fa sì che si stia costruendo il primo reattore internazionale Usa-Europa-Giappone basato su questa soluzione e che entro il 2030 saranno attive le prime centrali, sconta comunque il fatto che saranno prodotte scorie radioattive da stoccare per centinaia di anni.

Secondo: I rischi che una centrale nucleare diventi bersaglio terroristico o militare. In occasione dell'attentato alle Torri Gemelle, si apprese che il quarto aereo dirottato, quello caduto in Pennsylvania, aveva come obbiettivo Three Mile Island, la centrale nucleare dello Stato; immediatamente, gli Stati Uniti chiusero lo spazio aereo agli aerei privati sopra 83 siti nucleari in previsione di ulteriori attacchi terroristici. Otto Stati avevano chiesto la protezione dell’esercito. Massima allerta anche in Francia, che aveva dovuto installare missili terra-aria a protezione della centrale di Le Hague, e in Gran Bretagna, dove caccia militari pattugliavano i cieli sopra la centrale di Sellafeld.

Terzo: Il rischio di disastri riguarda non solo la possibilità di attacchi terroristici o bellici, ma anche terremoti. E l'Italia è un paese con un fortissimo rischio sismico, dalla Liguria alla Sicilia.

Quarto: Tra i lavoratori delle centrali nucleari il rischio-tumore è molto più elevato che nella popolazione normale, come ci dicono, tra gli altri, recenti studi pubblicati sull’American Journal of Industrial Medicine. I ricercatori dell’University of North Carolina di Chapel Hill hanno rilevato gli alti tassi di incidenza di tumore della pleura e di leucemia.
La pleura è la guaina di tessuto che ricopre i polmoni, e quindi il dato epidemiologico deve essere correlato alla presenza di sostanze che vengono respirate nell’aria della centrale nucleare. E' probabile che la cosa sia dovuta alla presenza di asbesto e di radiazioni ionizzanti.

Malgrado i rischi sopra evidenziati, documentati in tutte le migliori fonti scientifiche internazionali, Il Ministro Scajola si dice certo che il nucleare che vuole fare il suo Governo è sicuro, ignorando bellamente, con baldanzoso piglio industrialista, sia il fondamentale principio di precauzione, alla base dell'etica della scienza, sia le durissime lezioni della storia (da Chernobyl ad oggi, gli incidenti presso gli impianti risultano essere stati centinaia e centinaia....) Sorprende, a questo punto, che egli, che fa sempre proposte concrete e precise, non ipotizzi di costruire almeno una centrale nella “sua” Imperia, dove riscuote larghissimo consenso, dato che gli esperti del settore indicano come preferibili le zone costiere alle grandi pianure interne. Sicuramente gli imperiesi e i turisti che amano la Riviera apprezzerebbero!!

Le soluzioni al problema energetico ci sono: La prima è il risparmio energetico. L'altra, l'uso capillare dell'energia solare, dell'eolico, della geotermia e delle altre fonti rinnovabili e pulite. Risorse naturali di cui il nostro Paese è ricchissimo. Noi continueremo a batterci per queste scelte, contro il business del nucleare e l'idea di sviluppo industriale, civile e militare che esso implica.

Se vuoi pubblicare un commento, contattami e provvederò a pubblicarlo. Grazie.

Il dibattito sul casinò è appena cominciato, quando il consigliere e senatore Gabriele Boscetto (Fi-Pdl) piazza un colpo ad effetto, rivelando: «Il Tar ha annullato per illegittimità gli atti con cui l’Amaie ha appaltato il controllo della qualità delle acque (per il 2008) alla Microlab di Roberto Del Beccaro, ex assessore ed ex membro del cda di Casinò Spa. Ne aveva diritto l’Amat (autrice del ricorso), in quanto azienda pubblica del settore con un proprio laboratorio interno. Il sindaco, che ha tenuto per sè la delega alle partecipate, anziché darla a un assessore che poteva occuparsene tutti i giorni, avrebbe dovuto usare attenzione e raccomandare il rispetto delle norme. La gara doveva essere conforme alla legge, altrimenti qualcuno potrebbe pensare male, fermo restando la stima nei confronti di Del Beccaro». L’ex assessore, che assisteva alla seduta fra il pubblico, l’ha presa malissimo. E non appena Boscetto è uscito per fumare una sigaretta, l’ha raggiunto rimproverandolo con durezza: «Sei stato scorretto, queste cose non si fanno».

E ancora: «Ho vinto una regolare gara, peraltro facendo risparmiare all’Amaie 20 mila euro rispetto all’offerta Amat. Ho dato mandato ai miei legali di fare ricorso al Consiglio di Stato». Più tardi, è intervenuto (ma in aula) anche il sindaco Borea: «E’ stato un attacco gratuito e pretestuoso. Boscetto ha finito per parlare di tutto meno che di casinò». Già che c’era, infatti, il senatore ha rinfacciato al sindaco di essersi ripreso «un posto nel cda dell’Autofiori, cooptato dal privato, dopo che gli enti pubblici l’avevano escluso». Quanto al cda della Rt, di cui Borea lamenta la mancata cooptazione del rappresentante di Sanremo, Boscetto spiega: «E’ la reazione della Provincia alla sua esclusione dal cda di Casinò Spa».

Se vuoi pubblicare un commento, contattami e provvederò a pubblicarlo. Grazie.

Commenti


LA MICROLAB DELL’EX ASSESSORE DELLA GIUNTA BOREA DEL BECCARO NON CONTROLLERA’ PIU’ LA QUALITA’ DELL’ACQUA DI SANREMO

Da “La Stampa” del 26 luglio 2008

Sarà l’Amat di Imperia a gestire il controllo della qualità dell’acqua potabile di Sanremo. Lo ha deciso il Consiglio di Stato che, dopo il Tar di Genova, ha accolto il ricorso presentato dall’azienda dell'acquedotto del capoluogo contro la Microlab dell’ex assessore della giunta Borea di Sanremo Roberto Del Beccaro che si era aggiudicata la gara d’appalto per il 2008 indetta dall’Amaie. Un servizio da quasi centomila euro euro all’anno.
La Microlab, con un ribasso di 20 mila euro, aveva messo alle corde l’Amat, e si era accaparrata l’appalto per le analisi della qualità dell’acqua che sgorga dai rubinetti di Sanremo e delle frazioni. Appalto regolare, più vantaggioso per l’Amaie, e Del Beccaro aveva iniziato il servizio effettuando controlli con cadenza fissa sulla potabilità dell’acqua erogata dall’Amaie. Ma l’Amat aveva contestato con un ricorso al Tribunale regionale la legittimità dell’appalto. Non tanto per l’ammontare dell’offerta, risultata a tutti gli effetti meno vantaggiosa, quanto perchè l’azienda dell’ex assessore non sarebbe stata in possesso dei requisiti necessari per poter partecipare alla gara. Il Tar aveva accolto il ricorso e la sentenza era stata oggetto di un duro intervento in Consiglio comunale del senatore del Pdl Gabriele Boscetto: «L’incarico doveva essere assegnato all’Amat, come ha sentenziato il Tar, perchè è un’azienda pubblica del settore che, fra l’altro, dispone di un proprio laboratorio».
Le critiche di Boscetto al sindaco Borea che ha mantenuto la delega alle partecipate e quindi sovrintende direttamente all’attività dell’Amaie, erano state seguite da quelle del consigliere di maggioranza ed ex presidente dell’Amaie Leo Pippione. Il consigliere aveva sostenuto l’inopportunità dell’affidamento ad una azienda privata di un servizio che per legge avrebbe dovuto essere assegnato ad un soggetto pubblico. L’Amat, appunto.
Del Beccaro, dopo la sentenza del Tar del maggio scorso, aveva presentato ricorso al Consiglio di Stato affidando la tutela dei propri interessi allo studio Acquarone di Genova. Ma anche i giudici amministrativi di secondo grado hanno respinto il ricorso ritenendo valide le argomentazioni dell’Amat che si era affidata proprio allo studio legale del senatore del Popolo della libertà.
Alla gara d’appalto avevano partecipato sei società. In un primo momento si era aggiudicata la gara l’Amat di Imperia con l’offerta migliore (110 mila euro) ma in seguito l’Amaie aveva sollecitato un ulteriore rilancio dell’offerta e la Microlab con 90 mila euro, aveva scalzato la società imperiese.
Ora tutti attendono di leggere le motivazioni della sentenza del Consiglio di Stato per eventuali nuove mosse anche se, con la sentenza d’appello, il caso sembra essere definitivamente chiuso. Almeno per il 2008.
A questo punto la Microlab di Del Beccaro esce di scena per lasciare il posto alla società dell’acquedotto di Imperia che gestirà il servizio per tutto il 2008 fino ad una nuova gara d’appalto.

Pubblicato da marta il 26/07/2008 11:14:53


Ho avuto il piacere di vedermi la scena in diretta essendo quella sera in consiglio.
Del Beccaro è peggio del prezzemolo, anche se fuori dalla Giunta lo trovi ovunque (ovviamente non per occuparsi degli interessi della collettiva ma esclusivamente dei propri). Infine Borea non ha potuto evitare di atteggiarsi come la solita vittima.

Pubblicato da Daniele De Luca il 06/06/2008 05:23:01


Intervenire sulla vicenda relativa alla Fiera del Libro di Torino 2008 ci sembra a continuo rischio di fraintendimenti. Ci pare infatti che il dibattito si sia polarizzato sulla questione del “boicottaggio” anziché sul significato dell'invito allo stato di Israele che secondo noi è il vero nodo del problema.

Sentiamo però la responsabilità di esprimerci a partire dalla storia che ci lega ormai da vent'anni ad una pratica di relazioni con donne israeliane e palestinesi: relazioni non sempre facili, segnate anzi spesso dalla difficoltà di riconoscersi nelle differenze senza che queste si cristallizzino in contrapposizioni insuperabili. Difficoltà tanto maggiore perché siamo tutte consapevoli che non c'è simmetria nella situazione in cui ciascuna si trova: proprio per questo il nome che noi abbiamo assunto è quello delle “donne in nero” israeliane che hanno posto al centro della loro identità politica la denuncia dell'occupazione dei territori palestinesi da parte del proprio stato.

“Non posso dire di non sapere” è la ragione profonda che induce molte di loro, e noi insieme a loro, a sentirci in dovere di guardare e di vedere che cosa hanno significato il 1948 e il 1967 per entrambe le società che vivono in quell'area e che cosa sta accadendo tuttora, quando il Muro di separazione, la crescita degli insediamenti, l'assedio di Gaza, le uccisioni, le distruzioni rendono sempre più fragili le speranze in una pace giusta.

Riteniamo perciò che vada prestato serio ascolto alle parole di Suad Amiry, intellettuale palestinese, che intervenendo sulla questione ha scritto: “La Fiera del Libro di Torino non si è limitata a scegliere come ospite d'onore l'occupante, ma ha invitato l'occupato (persone come me) a partecipare alla celebrazione del giorno della sua indipendenza” (La Stampa, 01.02.08). È tale lo squilibrio insito in una simile impostazione che sentiamo il dovere di fare nostra la domanda posta da Remo Ceserani: “Come si fa a pensare di chiedere a dei palestinesi di prestarsi a celebrare, anche solo implicitamente, l'anniversario della fondazione dello Stato di Israele?” (il manifesto, 30.01.08).

In una lettera di risposta  a Ibrahim Nasrallah, poeta palestinese che anche ha scritto di non poter accettare l'invito alla Fiera, il direttore della Fiera stessa, Ernesto Ferrero, ha affermato: “Non si può parlare di Israele senza parlare di Palestina” (Ansa, 23.01.08). Ne siamo convinte, ma dubitiamo che lo si possa ritenere onestamente possibile alla luce del percorso seguito: sul sito della Fiera in data 18 dicembre 2007 compariva la frase “In occasione della ricorrenza del 60° anniversario della sua fondazione, Israele ha scelto Torino come la vetrina più adatta .... “ mentre il presidente della Fiera, Rolando Picchioni, ha poi dichiarato: “E' stato Israele che si è offerto. E noi abbiamo accolto la sua candidatura con entusiasmo, trattandosi di un paese e di una cultura con molte cose da raccontare” (Ansa, 23.01.08).

Dunque si è trattato chiaramente di un fatto politico e di una scelta di parte: “Quando un conflitto è in atto, dimostrare segni di solidarietà con una sola parte si chiama prendere parte. Festeggiare l'anniversario della creazione dello stato di Israele invitandolo come ospite d'onore alla Fiera del Libro di Torino, oggi poi nella situazione terribile che vive il popolo palestinese, è una presa di posizione netta e chiara” (Karim Metref, lettera aperta “Israele ospite d'onore. Non è né il luogo né il momento”, febbraio 2008).

A nostra volta intendiamo esprimere una “presa di posizione netta e chiara” contro le  illegalità, le violazioni dei diritti umani, il continuo uso della violenza operato dallo stato di Israele, con il suo governo e il suo esercito, ed è per queste ragioni che critichiamo la scelta fatta dalla Fiera del Libro e consideriamo un'ingiustizia e un errore insistere in una modalità che prevede “la forma-nazione come costitutiva delle identità della Fiera” (Ester Fano, il manifesto, 30.01.08).

Questo però non significa affatto il rifiuto o la censura degli scrittori e delle scrittrici provenienti da Israele: ognuno e ognuna potrà portare un punto di vista e un'esperienza del mondo che certo contiene anche valenze politiche con cui va tenuto aperto il dialogo e il confronto, mentre non ci pare accettabile ascriverle/i alla celebrazione di un evento di stato sul quale gravano tuttora troppi problemi insoluti.

Vogliamo inoltre riportare una dichiarazione rilasciata da Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, che, dopo aver ribadito di non voler “arretrare di un millimetro. Israele è stato scelto come stato ospite e deve rimanere tale”, ricorda la “tradizione di tolleranza” della “città di Primo Levi” (La Repubblica, 04.02.08). Quanto a “tradizione di tolleranza”, dubitiamo che il sindaco di Torino l’abbia sempre presente come un principio inderogabile cui attenersi: mesi fa abbiamo infatti avuto esperienza diretta del caso di vera e propria censura che ha riguardato la raccolta di scritti “Israele/Palestina, Palestina/Israele, sussidio informativo”, Comune di Torino 2006, curata e proposta per le scuole da alcuni gruppi pacifisti e ong torinesi e pubblicata a cura del Comune di Torino. Dopo forti critiche da parte della comunità ebraica locale e dopo un intervento dell’ambasciatore israeliano, il sindaco ha disposto che la distribuzione del volume cessasse e nei primi mesi del 2007 esso è sparito dalla circolazione e inutili sono state le richieste di confrontarsi nel merito dei dissensi e delle critiche, come un atteggiamento aperto al dialogo invece vorrebbe.

Ancor più profondamente ci sentiamo però toccate dal richiamo a Primo Levi. Tra le ragioni per cui lo ricordiamo come una figura di straordinaria intelligenza e umanità c'è anche la lucidità e il coraggio con cui nel settembre del 1982, dopo la strage di Sabra e Chatila, egli affermò: "Dobbiamo soffocare gli impulsi di solidarietà emotiva con Israele per ragionare a mente fredda sugli errori dell'attuale classe dirigente israeliana" (Primo Levi, La Repubblica, 24.09.1982). Non possiamo sapere come si esprimerebbe oggi Primo Levi di fronte alle “punizioni collettive” che soffocano la popolazione della Striscia di Gaza sotto assedio, ma sappiamo che la Città di Torino, da anni gemellata con quella di Gaza, non ha preso alcuna iniziativa di solidarietà e questo a noi pare un penosissimo venir meno a ogni senso di umanità.

Tornando ancora una volta a quello che riteniamo il nodo politico ineludibile, è proprio la violazione di un senso condiviso di dignità umana ciò che induce le/gli invitate/i palestinesi al rifiuto a partecipare alla Fiera nei termini attuali: “Nel giorno della loro Nakba (catastrofe) i palestinesi spererebbero in una reazione di umanità, ricevono invece la vostra decisione che non prende in considerazione l'ingiustizia e la sofferenza” (Ibrahim Nasrallah, il manifesto, 30.01.08).

Quali atti vanno compiuti perché la Fiera possa davvero costituire un’occasione di confronto e di dialogo, anziché di rinnovate barriere e esclusioni? A conclusione dell’intervento che citavamo sopra, Suad Amiry - con una mossa di grande generosità, perché è ben difficile per “l’occupato” guardare imparzialmente all’“occupante” - rivolgeva alla Fiera del libro l’invito a “essere abbastanza coraggiosa da lasciar perdere tutto, ‘Indipendenza’ e ‘Nakba’ e celebrare un’autentica attività culturale di cui tutti possiamo fare parte. Quest’anno non c’è bisogno di ospiti d’onore”.

Facciamo nostro l’appello e di qui a quando si terrà la Fiera intendiamo continuare a denunciare l’ingiustizia di un invito che celebra la metà vincente di una storia e a prendere tutte le iniziative di cui saremo in grado per dare voce più ampia alla richiesta che sia finalmente riconosciuto il diritto anche delle donne e degli uomini palestinesi a una vita degna e a una parola libera.

e-mail: casadelledonne@tin.it

Se vuoi pubblicare un commento, contattami e provvederò a pubblicarlo. Grazie.

Sto rilevando, in una parte considerevole degli interventi nel nostro dibattito, la tendenza a suggerire principalmente che cosa dobbiamo fare, dopo lo tsunami, per rinascere migliori e divenire nuovamente competitivi. Mi pare che in questi contributi prevalgano petizioni di principio e mozioni degli affetti, anziché proporsi ragionamenti politici di prospettiva.

Ora io penso, invece, che si diano questioni concrete e fondamentali che non è permesso eludere.

Anzitutto: non siamo all' 'anno zero', la sconfitta è una sconfitta complessiva e pesantissima, ma la realtà storica, sociale e politica di cui essa è espressione è ben più complessa e densa.

Ci troviamo in una condizione difficilissima, ma c'è - proprio per questo - un patrimonio vivo da salvaguardare e una ricchezza e una potenza da saper rialimentare e rilanciare. Un patrimonio fatto di esperienze, idee e risorse, ma anche di diritti, costruito in quasi vent'anni: alla parola, alla partecipazione, alla formazione delle decisioni. Energie e ricchezze nostre che si rivolgono, parlano e interpellano la società di cui siamo parte.

Non intendo proporre qui un discorso, retorico e identitario, che giustamente andrebbe sospettato di autoreferenzialità 'da recinto'. Mi ha profondamente stancato, in questi anni, sentire continuamente nominata la SINISTRA, ora tra ritualità ortodosse, ora tra accensioni nuoviste, come una bella bandiera, per dirla con Pasolini. Forse, la sconfitta più recente è figlia anche del disgusto provocato, dentro e fuori di noi, dal prevalere di simili, nominalistiche declamazioni e liturgie. Mi sconcertano anche, però, rappresentazioni del nostro conflitto interno quale quella fatta da Smeriglio, segretario della Federazione di Roma, che in un suo ultimo intervento sul giornale denuncia la "defenestrazione" subita dall'ex segretario Giordano e un "processo sommario" a carico di Bertinotti. Se c'è una lezione della tradizione politica 'borghese', delle forze liberali che dovremmo ritenere, è questa: a fronte di una sconfitta elettorale così totale, annichilente, si fa una cosa sola, prima di tutto: si rassegnano le dimissioni, pubblicamente. Subito dopo, si avvia la discussione negli organismi. Così, si tolgono alibi a tutti i malintenzionati e ai malpensanti. Ma non mi sembra che le cose, in sede nazionale, siano andate in modo così lineare e semplice. A meno di non avere una sorta di riserva mentale circa la 'diversità comunista', buona a chiamarsi in causa o a smettersi secondo le occasioni della lotta politica.

Per ridare senso e attualità alla Sinistra, serve far parlare le cose. Ma le cose non si muovono bene senza cervello, senza l'espressione di una intelligenza collettiva, una intelligenza che abbia un centro interconnesso con gangli diffusi, così com'è oggi il corpo della società nella sua plasticità molecolare. Trovo motivi di grande interesse nell'analisi sociologica proposta da Aldo Bonomi, che ci parla dell'affermarsi di conflitti e forme di coscienza territoriali, ma a mio avviso le attuali distanze e discrasie tra condizione e coscienza sociale debbano essere ricondotte proprio, anche alla luce di quegli studi e approfondimenti, ad una rinnovata teoresi politica antisistemica nutrita di nuova e più potente capacità di comprendere le ragioni strutturali come le dimensioni fenomenologiche delle disuguaglianze sociali e le modificazioni in atto nei rapporti di potere tra le classi. Con ulteriore riferimento al nostro dibattito, trovo che i più recenti contributi di Vendola contengano, con la loro prosa carica di suggestioni, spunti di analisi e osservazioni pertinenti e interessanti, in termini di 'euristica della paura', soprattutto laddove egli considera i meccanismi e le logiche di riproduzione dei capri espiatori e della demonizzazione dell'altro che oggi rischiano di dilagare, ma debbo dire, francamente, che sono contributi che ben si ritrovano nei manuali di sociologia e di psicologia sociale: non mi pare che essi possano essere automaticamente tradotti in tesi politiche, errore grave che vedo profilarsi; non mi pare, cioè, che da essi sortiscano significativi elementi di una teoria politica del cambiamento altrettanto convincente e solida concettualmente, di cui abbiamo necessità.

Come ricostruire un forte partito modernamente comunista, una forza, cioè che sappia leggere le contraddizioni del presente, le multiformi realtà prodotte dal capitalismo globalizzato, andando alla radice dei problemi e disegnando, nel contempo, una alternativa di società? Una formazione politica con capacità di insediamento sociale che si dia un programma d'azione o di transizione anticapitalista, che sappia sostenere le rivendicazioni immediate (salari, occupazione, servizi, distribuzione delle risorse), democratiche (problemi della sovranità popolare e nazionale, libertà civili) e quelle transitorie che approdano alla necessità di un'altra distribuzione delle ricchezze e alla rimessa in questione della proprietà capitalista dell'economia. Avendo ben chiaro che per rompere coerentemente con il liberismo, occorre rompere con il capitalismo.

"Ri-costruire una comunità", dice Sansoè, segretario della Federazione di Biella, "che metta in comune non un progetto vago di società, ma ora, subito, la condivisione dei bisogni e dell'azione politica collettiva". D'accordo: la mia tesi, dunque, è che sia prioritario riprendere fattivamente e criticamente la rifondazione comunista, l'inesausta ricerca di un equilibrio sinergico e creativo tra partito soggetto e partito strumento. Un partito, che proprio a partire dalla consapevolezza del suo limite, della sua parzialità, si faccia forte della pretesa di concorrere decisivamente ad una istanza universale di liberazione, e, interagendo con i movimenti di lotta, facendo ricerca /azione o, per dirla con Romano Alquati, con-ricerca, promuova e animi vertenze politiche e sociali capaci di favorire il corso della trasformazione, costringendosi, con ciò, ad un incessante, necessario lavoro autoriflessivo, un intenso lavoro intellettuale coniugato con pratiche sociali e politiche esigibili in rinnovate forme democratiche.

Segretario Federazione P. R. C. di Imperia

Se vuoi pubblicare un commento, contattami e provvederò a pubblicarlo. Grazie.